Nascono come fun­ghi i par­ruc­chieri che a costi irri­sori tagliano i capelli, ma non solo, anche le tinte e tutti i vari trat­ta­menti ven­gono messi a listino tre o quat­tro volte in meno del prezzo dei par­ruc­chieri nostrani.

Se il bal­samo si può por­tare da casa o quello che c’è è taroc­cato, poco male, vorrà dire che la piega durerà un giorno di meno. Ma il rispar­mio (più della metà) è garan­tito. In zona Esqui­lino, nella Chi­na­town romana, in via Carlo Alberto, Xin Chao è il posto giu­sto per capire lo strano mira­colo eco­no­mico di que­sti tempi. Nelle pie­ghe di un quar­tiere mul­tiet­nico come que­sto arriva dall’Oriente la nuova con­cor­renza ai par­ruc­chieri ita­liani incen­trata su costi più che dimez­zati rispetto ai saloni tra­di­zio­nali. Non aspet­ta­tevi vir­tuo­si­smi o che nell’attesa vi vadano a pren­dere il caffè al bar all’angolo. E nem­meno che asciu­ga­mano e cap­petta siano sigil­lati. Nes­suna lozione di marca, ese­cu­zione velo­cis­sima, via vai di parenti, amici, bam­bini.
Gran vociare, chi man­gia riso e invol­tini. Gesti pub­blici, odore di lacca e acidi.

Otto euro sham­poo e phon (con pas­sata for­zuta di pia­stra finale) dieci con il taglio. Rudi­men­tale mas­sag­gio cuta­neo al lava­te­sta com­preso, spu­gna già umida. Voilà, non fa una piega. Capelli, pic­cole e potenti osses­sioni. E ormai anche gli immi­grati hanno fiu­tato l’affare. Il caso, di que­sto ragazzo con gli occhi a man­dorla che ha inve­stito sulla “bel­lezza” glo­bale è emblematico.

Stime pre­cise non ce ne sono ancora, dif­fi­cile tenere una cata­lo­ga­zione, alcuni made in China sono invi­si­bili alle sta­ti­sti­che. Nel Lazio per esem­pio secondo i dati dell’Union camere chi ha dato un taglio alle atti­vità clas­si­che di bot­te­ghe e labo­ra­tori clan­de­stini di reg­gi­petto e borse sono ormai circa due­cento di varie nazio­na­lità. Una Babele di hair sty­list e cen­tri este­tici anche in pieno cen­tro. Uni­ted colors of Roma. Come l’estetista viet­na­mita in via Isole del Capo­verde o il par­ruc­chiere serbo Milo­van in via dei Gior­na­li­sti. E poi a due passi da Fon­tana di Trevi le for­bici giap­po­nesi di Yano Yuky in Vicolo Scan­de­berg, il salone italo afri­cano Lilli in via degli Avignonesi.

«Ho impa­rato a pet­ti­nare e tagliare in Etio­pia da una donna ita­liana», ti rac­conta la cor­diale pro­prie­ta­ria. Tre­dici euro la piega, ambiente reg­gae, tran­quillo e curato. Si fanno trec­cine, pic­coli colpi rit­mati di spaz­zola. «Qui i capelli li vogliono lisci, ven­gono molte ita­liane». Scru­po­losa e veloce. Brava, davvero.

In altre città come Milano, Genova (di fronte all’Acquario nell’area Expo rea­liz­zata da Renzo Piano), Torino (nella zona di Porta Palazzo), que­sti posti sono una realtà con­so­li­data. I capelli, dun­que, rac­con­tano di più. La con­cor­renza spie­tata nella selva com­patta di magaz­zini, nego­zietti, antri, can­tine che si affa­stel­lano in zone come Piazza Vit­to­rio a Roma e din­torni ha fatto fare un salto in avanti alle nuove gene­ra­zioni di extra­co­mu­ni­tari. All’estrema varietà delle chiome cor­ri­sponde un’altrettanta varietà di chi se ne prende cura. Per guadagno.

Secondo i dati Upa i cen­tri este­tici gestiti da stra­nieri sono migliaia in tutta Ita­lia, poche cen­ti­naia quelli regi­strati rego­lar­mente in regioni come Lom­bar­dia, Lazio e Toscana. Il feno­meno ini­zia a preoccupare,tanto che l’unione arti­giana invia rego­lar­mente let­tere a Asl, vigili, ispet­tori del lavoro. E’ un’ostilità muta quella den­tro a que­sto coif­feur cinese dall’insegna quasi invi­si­bile. Spi­riti fieri, oscuri, dif­fi­denti. Diver­ti­mento e sfida. Si va subito al sodo.
Un che di arti­stico e miste­rioso. Armeg­gia tra le cioc­che bagnate, le tira su le osserva, taglia, scala. Sana bal­danza di chi ha avuto un’idea nuova. Ambiente spo­glio, attrez­za­tura basica, qual­che spec­chio, tap­peto di capelli per terra, un poster di una modella dal look ambi­guo. Una pic­cola casbah in attesa del lavaggio.

«Veniamo qui per­chè si spende meno della metà e di que­sti tempi va bene», dice una stu­den­tessa sici­liana. E non sono le uni­che a tra­dire l’acconciatore di fidu­cia. Per i costi, ma anche un po’ per capric­cio e curio­sità. A Milano la realtà dei par­ruc­chieri cinesi è un’abitudine soprat­tutto nel qua­dri­la­tero tra via Sarpi, via Farini, via Mon­tello e le cosid­dette “sciure”, quelle che sem­brano bionde anche se non lo sono, con cap­potto e anelli sono habitueè.

A Roma è un feno­meno in vera espan­sione. Gei­she sbri­ga­tive, effi­cienti, senza fron­zoli di ogni Paese che ti dicono di aver impa­rato a pet­ti­nare da sole o di aver stu­diato. Sor­risi di rito. Pazienza se non fanno le veci di con­fi­denti e ana­li­ste, non par­lano o fanno finta di non capire.

Gli orari sono molto fles­si­bili, dalle 9 alle 21 di sera. Spesso casa e bot­tega coin­ci­dono. La geo­gra­fia tri­co­lo­gica di cul­ture, usanze e abi­tu­dine si allunga ovu­nu­que: dai quat­tor­dici par­ruc­chieri tuni­sini sparsi in tutta Roma ai tre paki­stani, alla ven­tina di coif­feur nige­riani, pas­sando per i capelli mania alba­nese di Magi Nadia o le prime cerette dell’ucraina Chu­bina Tetyana. E poi Perù, Sri Lanka, Colom­bia. Hair exten­sion, tagli afro bisex, o caschetti compatti.

I par­ruc­chieri ita­liani potranno con­ti­nuare anche a can­tare «siamo bar­bieri di qua­lità», ma faranno sem­pre più i conti con una ten­denza sem­pre più dif­fusa, secondo cui, a fronte di una piega alla metà, dell’iper qua­lità ogni tanto si può fare a meno.

Che ne dite?